La digitalizzazione e la creazione del valore aziendale

A partire dagli ultimi anni il mondo delle imprese ha dovuto sempre di più fare i conti con la volatilità del mercato. Quest’ultima ci impone come obiettivo non solo la massimizzazione dei profitti nel breve periodo, ma anche la generazione del valore aziendale nel tempo. Con l’incertezza che caratterizza il mercato, ciò che nel presente crea profitto potrebbe non farlo in futuro; diventa così indispensabile una riflessione a parte sul valore aziendale futuro e un piano di azione correlato per il presidio e lo sviluppo dello stesso.
In virtù di quanto detto, le dimensioni da governare non sono più soltanto efficacia (livello di business service) ed efficienza (eccellenza operativa): a queste si aggiunge la variabile del “rischio”.
Il rischio aziendale non deve essere inteso unicamente in relazione alla compliance; contenere il rischio significa:

  1. ridurre il più possibile la variabilità dei processi aziendali;
  2. fare in modo che eventuali variazioni sulle performance aziendali siano immediatamente rilevabili e analizzabili nelle dimensioni e nelle cause;

A questo scopo ci vengono in aiuto l’informatizzazione e la digitalizzazione dei processi. Spesso gli investimenti in information technology vengono erroneamente valutati solo in termini di cost saving (e per questo spesso accantonati) senza considerare il beneficio che possono avere rispetto agli obiettivi di stabilità e governo dei processi aziendali

Un esempio concreto

La digitalizzazione dei documenti comporta costi in termini di software, hardware e consulenza tali da inficiare i benefici derivanti dal risparmio degli spazi, della carta, del toner, delle stampanti, etc. Ma il vero valore aggiunto della digitalizzazione dei documenti sta in altri fattori; uno su tutti: la possibilità di accedere alle informazioni in maniera veloce dalla postazione di lavoro attraverso ricerche rapide, ovunque ci troviamo.
Oggigiorno le variabili e le eccezioni da gestire quotidianamente sono talmente tante e complesse che la stabilità dei processi e la rapidità dell’informazione nella gestione delle problematiche (siano esse di tipo finanziario, commerciale o operativo-interno) sono diventate elementi imprescindibili di competitività: l’informatizzazione e la digitalizzazione non fanno da sole il successo dell’azienda, ma il divario tra le aziende che hanno intrapreso questo percorso e le altre è destinato ad aumentare.

Temporary management, è questa la soluzione al difficile rapporto con le banche?

Nel periodo 2008-2014, secondo i dati Cerved, il 20% delle PMI attive nel 2007 non ha retto la crisi: 13.000 sono fallite, 23.000 sono state liquidate e 5.000 hanno aperto una procedura concorsuale. Il problema di liquidità rimane così in molti casi irrisolto e per il 2014-2016 si stima un tasso di insolvenza delle PMI del 3,1%, superiore a quello degli ultimi anni.

La situazione appare ancora più preoccupante in vista dell’entrata in vigore di Basilea III, prevista in Italia tra il 2018 e 2019, come conseguenza della quale le banche saranno costrette ad aumentare la propria patrimonializzazione e a migliorare la qualità dell’attivo. Come evidenziato dalla rivista “L’Impresa n. 7-8/2015”, il sistema bancario sarà costretto ad adottare criteri sempre più rigidi e sofisticati per decidere quali aziende sono meritevoli di essere finanziate. Il motivo è semplice: maggiore è la probabilità di insolvenza di un soggetto, maggiore sarà l’assorbimento di patrimonio di vigilanza e quindi gli accantonamenti da eseguire.

Ripensare il rapporto banca-impresa

Ci pare necessario ripensare il rapporto banca–impresa, a tal fine vi segnaliamo una soluzione su cui si è recentemente iniziato a dibattere: la cosiddetta “bancabilità” del temporary management. Si tratta di fornire alle banche, attraverso l’intervento del legislatore, la possibilità di finanziare interventi di temporary management (quali ad esempio processi di internalizzazione, diversificazione, razionalizzazione gestionale, passaggi generazionali e altro ancora) in aziende loro clienti, senza incorrere nei rischi legati ad un loro coinvolgimento diretto nella gestione nell’eventualità in cui la situazione sfoci in una vera e propria crisi.
Ad oggi, tuttavia, con le vigenti disposizioni della Legge Fallimentare, le banche pur essendo tra i principali portatori di interessi di un’azienda, non possono essere coinvolte in modo esplicito in un qualsivoglia processo di risanamento in quanto temono il rischio di essere ritenute responsabili per l’abusivo esercizio delle attività di direzione e coordinamento. Per intervenire su situazioni ritenute critiche devono limitarsi a rivolgersi, in maniera informale e destrutturata, a operatori qualificati.

Competenza e meritocrazia

I tempi appaiono ormai maturi per l’inserimento da parte del Legislatore di uno strumento che andrebbe nella direzione della competenza e della meritocrazia. Da una nuova regolamentazione del rapporto banca – impresa, PMI e banche potrebbero entrambe beneficiare di un maggiore trasferimento della liquidità dal sistema bancario a quello imprenditoriale; le prime verrebbero risanate prima che sia troppo tardi e le banche, dall’altro lato, ridurrebbero l’ammontare delle sofferenze provenienti dalle PMI in difficoltà. Il rapporto banca – impresa è sempre stato un punto saldo del lavoro svolto in questi anni da Studio Eidos e pertanto ci impegniamo a trasferire a voi aziende il nostro know how oltre ad aggiornarvi su possibili evoluzioni future.