La riforma del Fondo di garanzia per le PMI: più garanzie per le start-up e per chi investe

Dopo aver svolto un ruolo fondamentale nel favorire l’accesso al credito alle PMI attraverso la concessione della garanzia pubblica, il Fondo di Garanzia, dopo una fase di sperimentazione, sta per essere riformato secondo le disposizioni del Decreto ministeriale del 29 settembre 2015. Stallo del Governo permettendo, il restyling del Fondo entrerà in vigore tra Giugno e Luglio.

La riforma si fonda su due pilastri:

  1. L’adozione di un nuovo modello di rating per le imprese, simile al modello di valutazione del merito creditizio utilizzato per le banche;
  2. La ri-modulazione delle misure di garanzia in funzione della rischiosità dell’impresa.

Il nuovo modello di rating sarà composto da una scala di 12 classi raggruppabili in 5 fasce che sintetizzano il merito di credito (A, BBB, BB, B, CCC).Le imprese che rientrano nell’ultima classe sono escluse dall’accesso al Fondo, in quanto è stata fissata una soglia limite rappresentata da un tasso di default superiore al 9,43%. Ciò consente, da un lato, un significativo allargamento della platea dei potenziali beneficiari (rientrerebbe nell’ultima classe di rating soltanto l’8% delle PMI italiane), dall’altro, di escludere l’accesso alla garanzia alle imprese troppo rischiose.
L’idea di riformare il sistema di valutazione e le percentuali di copertura del Fondo nasce dalla necessità di riportare l’assorbimento di risorse da parte del Fondo su livelli compatibili con la finanza pubblica.
Infatti nel 2017, i finanziamenti accolti hanno evidenziato un aumento del +4,9% mentre l’importo garantito, pari a € 12,3 mld, ha registrato un incremento del +6,3%. Il MEF stima che con il restyling del Fondo l’importo massimo garantito diminuirà di circa il 12%.
Con la crisi infatti, le percentuali di copertura erano state portate fino alla misura massima (80%) consentita dalla normativa comunitaria. Le nuove soglie di garanzia verranno ridotte ed oscilleranno tra il 30% e l’80% in base alla rischiosità dell’impresa e alla tipologia del finanziamento.
Tra le novità principali è prevista l’assicurazione di garanzie massime alle start-up, a cui non sarà applicata la valutazione del rating, e alle PMI che intendono effettuare investimenti.

Pertanto, la nuova riforma, da un lato può rappresentare un forte incentivo ad intraprendere nuove attività imprenditoriali e agli investimenti per la crescita delle imprese esistenti, dall’altro, come sottolineato nel nostro articolo del 4 ottobre 2017, gli interventi della riforma renderanno ancora più difficile l’accesso al credito per le PMI italiane, anche quelle con rating medi che incorrono in tensioni finanziarie solo temporanee.
Il Fondo di garanzia negli anni ha sicuramente svolto una funzione indispensabile in un contesto economico nazionale complicato, tuttavia l’introduzione di requisiti più stringenti e la riduzione delle soglie di copertura degli investimenti non rappresenta sicuramente un impulso per la crescita futura del sistema economico italiano.
Studio Eidos rimane comunque a disposizione delle imprese che intendono accedere al Fondo di garanzia, sia effettuando simulazioni per il calcolo del rating che per progettare insieme investimenti per il futuro.

Il Private Equity nel risanamento d’impresa

Nel numero di Gennaio di ANDAF è stato pubblicato un articolo scritto dal nostro Lorenzo Pesci con la collaborazione del prof. Riccardo Passeri dal titolo “Private Equity, turnaround e moral hazard nel governo delle imprese”. La tesi sostenuta dai due autori è che il sistema di capitale dell’economia italiana e la normativa fallimentare, attualmente in fase di revisione dopo la recente approvazione della Legge Delega n. 155 del 19/10/2017, non favoriscono l’acquisizione e il rilancio delle imprese in crisi da parte degli operatori di Private Equity.

Per quanto riguarda il sistema di capitale, infatti, la ricerca compiuta ha mostrato come la struttura patrimoniale delle imprese italiane risulti essere molto fragile, con un’elevata incidenza dei debiti bancari sulle fonti di finanziamento. A livello europeo, solamente le imprese greche presentano una struttura patrimoniale ancor più appesantita dai debiti bancari. Secondo gli autori, la storicizzazione di un eccesso di credito bancario ha spostato il fulcro del rischio di impresa dall’imprenditore al ceto bancario, creando così una situazione di moral hazard. Di conseguenza, l’imprenditore non sarà più incentivato ad anticipare l’emersione della crisi intervenendo prontamente ai primi segnali di squilibrio, fase questa in cui il risanamento risulterebbe molto più agevole, poiché egli rischia prevalentemente capitale di terzi piuttosto che proprio. È chiaro quindi come la riluttanza dell’imprenditore nel voler anticipare l’emersione della crisi porti nella maggior parte dei casi al deterioramento anche degli asset strategici dell’impresa, i quali rappresentano i fattori cardine su cui un operatore di Private Equity basa solitamente le proprie strategie di rilancio del complesso aziendale. In tal senso, tra le linee guida tracciate dalla Legge Delega in questione rientra quella di istituire degli assetti organizzativi idonei alla tempestiva rilevazione dei sintomi di crisi, così da poter adottare per tempo le opportune misure. Per quanto riguarda la normativa fallimentare, invece, la ricerca ha fatto emergere la totale incompatibilità dei tempi dovuti per l’espletamento di una procedura concordataria rispetto a quelli che sarebbero i tempi necessari per il risanamento di impresa. Considerando infatti che, dal momento in cui viene presentata la domanda di concordato in bianco al momento in cui il Tribunale omologa il piano, passano in media circa 12 mesi.

Da ciò, consegue che questo periodo di sostanziale inattività dell’impresa va contro alla tempestività richiesta dal risanamento d’impresa, minando quindi alle probabilità di riuscita dell’operazione. Alla luce della Legge Delega n. 155 del 19/10/2017, rimaniamo in attesa di capire se i decreti attuativi del Governo riusciranno effettivamente a rendere le procedure concorsuali più snelle e più incentrate sul rilancio strategico del complesso aziendale piuttosto che sulla mera riorganizzazione del debito; fermo restando che tali procedure risulteranno comunque poco efficienti laddove le imprese vi accedano in una fase di crisi avanzata.

Un altro default tra i consorzi di garanzia: rischio contagio?

A circa un anno di distanza dal fallimento di Eurofidi, si presenta un altro caso di default di un consorzio di garanzia: quello di Unionfidi Piemonte. Quest’ultimo, che opera secondo il modello ex. Art 107 del TUB, a conclusione dell’attività ispettiva di Banca d’Italia, è stato infatti dapprima cancellato dall’albo degli intermediari finanziari, per poi essere messo in liquidazione dalla stessa Banca d’Italia nell’espletamento delle sue funzioni di vigilanza.

Tale ispezione di Banca d’Italia ha messo in luce la situazione di sofferenza in cui versava Unionfidi e che ha reso necessario un accantonamento al proprio fondo rischi di circa 13 milioni di euro a copertura delle “partite deteriorate”. L’inefficacia delle controgaranzie rilasciate da MedioCredito Centrale S.p.A., mandante del RTI che gestisce il Fondo Centrale di Garanzia insieme alle mandatarie Artigiancassa S.p.A., MPS Capital Services Banca per le Imprese S.p.A., Mediocredito Italiano S.p.A. e Nexi S.p.A., è il motivo del deterioramento di tali partite, con il conseguente peggioramento dei coefficienti patrimoniali al di sotto delle soglie previste da Basilea III. Inoltre, la svalutazione della partecipazione in Veneto Banca di circa 1,7 milioni ha ulteriormente peggiorato la situazione dopo il naufragio delle popolari venete, il quale ha fatto crollare il valore dei titoli azionari.

Il problema è che le garanzie concesse dal Fondo Centrale sono andate a confluire nella procedura fallimentare del Consorzio, con conseguenze negative sia per la banca beneficiaria che per il cliente garantito. Paradossalmente la cosiddetta Controgaranzia del Fondo Centrale non ha assicurato alla banca nessun tipo di beneficio mentre i clienti che avevano pagato delle alte commissioni per la concessione di tale garanzie si sono ritrovati sprovvisti delle garanzie accessorie.

Facciamo un esempio

Nel caso del default di una impresa garantita da un consorzio che va in default, è ovvio che la banca perda la sua garanzia; per questo i consorzi per concedere garanzie solvibili si contro garantivano presso Il Fondo Centrale. Purtroppo nessuno ha mai pensato che in caso di un default di un consorzio, l’escussione della garanzia del Fondo Centrale rientrasse nella procedura fallimentare del consorzio stesso, senza dunque poter essere attinta direttamente dalla banca beneficiaria.
Questa situazione non è solo assurda ma a nostro avviso, pure incostituzionale in una regione come la Toscana dove per poter accedere alla garanzia del Fondo Centrale, si è obbligati a passare da un Consorzio.

In conclusione, le imprese pagano fior fiori di commissioni per accedere ad una garanzia pubblica che in caso di dafault del consorzio non garantisce più l’esposizione della impresa stessa, ma le perdite del consorzio.

Quei titoli opachi nei bilanci delle banche che poco importano alla BCE

Banca d’Italia ha recentemente pubblicato uno studio relativo all’attività di vigilanza della BCE. La francese Danièle Nouy e la tedesca Sabine Lautenschläger, rispettivamente presidente e vicepresidente del Consiglio di vigilanza, si sono infatti concentrate sulla gestione degli NPL, molto presenti nei bilanci delle banche italiane e del resto del Sud Europa, ma non si sono invece occupate del valore teorico di 6.800 miliardi di euro di titoli “complessi, opachi e altamente illiquidi” distribuiti per il 74% tra le banche francesi e tedesche.

Secondo lo studio sopracitato, queste attività presenterebbero un profilo di rischio analogo a quello degli NPL ed, inoltre, le performance delle banche con elevati quantitativi di NPL sarebbero simili a quelle delle banche con alti livelli di attività illiquide. Nonostante ciò, l’autorità di vigilanza si è preoccupata prevalentemente della gestione dei crediti deteriorati piuttosto che di questi titoli “opachi”. Scelta questa che, a parere di Studio Eidos, risulta essere discutibile. Se infatti è vero che la questione degli NPL impatta negativamente sull’offerta di credito delle banche, è anche vero che questi crediti erano stati erogati a supporto dell’economia reale. Il loro successivo deterioramento è riconducibile, in parte, a degli errori di valutazione ex-ante del merito creditizio delle imprese che hanno avuto accesso al credito, ma soprattutto, alla congiuntura economica sfavorevole che ha caratterizzato l’ultimo decennio. Al contrario, gli strumenti derivati oggetto dello studio di Banca d’Italia sono invece frutto anche di attività speculativa delle singole banche, talvolta in mercati OTC (Over The Counter): l’assenza di quotazioni ufficiali rende infatti la valutazione dei relativi strumenti finanziari molto soggettiva, dando appunto opacità al valore iscritto in bilancio.

Ci chiediamo quindi il motivo per cui, a fronte di un profilo di rischio analogo, il Consiglio di vigilanza della BCE abbia adottato un atteggiamento così rigido nella gestione dei crediti deteriorati, considerando che un approccio più graduale avrebbe evitato il fallimento di molte imprese, e invece così poco rigoroso sul tema delle attività illiquide. È chiaro che, data la mole di queste attività, un approccio altrettanto rigido avrebbe causato il default di molti istituti bancari. Ma è possibile che si permetta una tale opacità nei bilanci di quegli istituti che si occupano maggiormente di trading e che, invece, si ritenga più opportuno mettere in difficoltà le banche che hanno fatto operazioni per sostenere l’economia reale, imponendo loro la svalutazione dei crediti deteriorati in un arco temporale di breve termine? Forse è solo un caso che la maggior parte di questi “titoli opachi” sia posseduto da banche tedesche e francesi?

Il Fondo di garanzia per le PMI: cosa cambierà dal 2018

I lavori per la nuova riforma del Fondo di garanzia, come già riportato nel nostro articolo del 23 Febbraio 2016 “Fondo di Garanzia, il focus sulla Toscana” , i quali prevedevano l’introduzione di un nuovo sistema di rating, sono giunti al termine. La nuova riforma, infatti, entrerà in vigore ad inizio 2018, così come riportato dalla rivista “PMI” (n.8-9/2017) nell’articolo “Nuova riforma del Fondo di garanzia per le PMI” a cura di Gabriele Toma. Ma entriamo meglio nel dettaglio.

Con l’emanazione del Decreto del 6 marzo 2017 elaborato dal MiSE e dal MEF, sarà infatti esteso a tutte le operazioni finanziarie il modello di valutazione basato sulle probabilità di inadempimento (il c.d. modello di rating). Il rating risultante, congiuntamente alla tipologia di operazione e alla sua durata, sarà poi utilizzato per la definizione delle misure massime di garanzia.
Questo nuovo modello di rating interno sarà articolato in tre aree informative:

  1. La prima è quella economica-finanziaria, la quale fornirà il profilo di rischio patrimoniale, economico e finanziario;
  2. La seconda riguarda l’analisi andamentale delle dinamiche nei rapporti intrattenuti dalla PMI con il sistema bancario;
  3. La terza e ultima area valuta l’eventuale presenza di atti e di eventi pregiudizievoli a carico della PMI e dei soci.

L’analisi congiunta dei dati in queste tre aree sopradescritte determinerà la valutazione finale del merito di credito del soggetto beneficiario che congiuntamente alla tipologia di operazione e alla durata, sarà poi utilizzato per la definizione delle misure massime di garanzia. Tale procedura deve avvenire utilizzando il Portale Rating appositamente creato dal MCC: clicca qui.

UN NUOVO OSTACOLO PER L’ACCESSO AL CREDITO PER LE PMI
Questo allineamento degli standard di valutazione del rating a quelli bancari comporterà una riduzione delle opportunità per le imprese con rating medi di attingere al Fondo di Garanzia: si andrà a rendere ancora più difficile l’accesso al credito in un momento in cui, invece, il sistema produttivo avrebbe bisogno di espandere la sua capacità finanziaria, anche per quelle imprese classificate con rating medi che hanno temporanee tensioni finanziarie. Infatti gli Istituti di Credito il prossimo anno potrebbero ottenete una minore garanzia sui finanziamenti con un riduzione dei benefici legati ad un minor assorbimento patrimoniale che le banche hanno sulle operazioni garantite dal Fondo.
Ad ogni modo, Studio Eidos è disponibile a supportare le imprese che intendono accedere al Fondo di garanzia effettuando simulazioni di calcolo del rating alla propria metodologia affine alle stringenti regolamentazioni imposte dal mercato. Il nostro Team affianca anche le imprese nelle relazioni con gli Istituti di Credito favorendo il corretto utilizzo della Centrale dei Rischi e delle informazioni da essa derivanti.
Per qualsiasi informazione in merito non esitate a contattarci.

L’accesso al credito per le PMI: il rapporto OCSE 2017

Come riportato dal portale Business community nel numero del 3 maggio 2017, l’Ocse ha da poco pubblicato il rapporto Financing SMEs and Entrepreneurs 2017: an OECD Scoreboard, che raccoglie una ricca serie di indicatori statistici relativi alla condizione economico e finanziaria delle piccole e medie imprese (PMI) nei paesi che fanno parte dell’OCSE. Quello che emerge dal rapporto è che persistono ancora innumerevoli ostacoli alla domanda di credito, soprattutto verso investitori o finanziatori diversi dal sistema bancario, ma entriamo meglio nel dettaglio.

La sesta edizione annuale del quadro di valutazione dell’OCSE mostra che, per il periodo 2013-15, il credito alle PMI è aumentato, ma quest’ultime rimangono ancora troppo dipendenti dal debito bancario. In particolare, per quanto riguarda l’Italia, i risultati dell’edizione 2017 evidenziano come la finanza delle PMI attraverso strumenti non bancari non sia ancora sufficientemente sviluppata per soddisfare le diverse esigenze delle imprese e per garantire la resistenza alle mutevoli condizioni economiche.

Uno dei principali limiti che le PMI incontrano nell’avvicinarsi alle fonti di finanza alternativa quali l’Equity Crowdfunding, che abbiamo già trattato nella nostra news del 12 Dicembre 2016, il Private Equity o il mercato dell’AIM Italia (il mercato di Borsa Italiana dedicato alle piccole e medie imprese italiane che ad oggi comprende 79 società), è da identificare nella frequente mancanza dei requisiti per accedere al credito bancario che rende ancora più difficile poter contare su altre fonti di capitale.

A nostro avviso, gli imprenditori italiani tendono spesso a sottovalutare l’importanza di alcuni fattori che sono invece alla base dei KPI (Key Performance Indicator) presi in considerazione da possibili investitori:

  1. Controllo di gestione adeguato: solo attraverso un adeguato controllo di gestione, le aziende sono in grado di valutare attentamente le proprie performance con un’approfondita analisi dei costi e dei ricavi al fine anche di monitorare gli investimenti fatti dagli investitori.
  2. 2. Governance appropriata: gli investitori fanno affidamento ad una governance in grado di cogliere le opportunità ed evitare invece i rischi, con l’obiettivo di proteggere il capitale investito massimizzandone il rendimento.
  3. Competenza finanziaria in grado di gestire la finanza aziendale: chi decide di investire all’interno di un’azienda deve avere il presidio dei propri investimenti e di come venga gestito il capitali di terzi.

Ancora oggi, infatti, in numerose PMI molteplici ruoli aziendali coincidono nella figura dell’imprenditore mentre è necessario che siano separati valorizzando le competenze aziendali al fine di migliorare le capacità di accesso al credito.

Studio Eidos come sempre affianca le imprese nei radicali cambiamenti richiesti dal mercato e ritiene che la conoscenza di queste tematiche sia un fattore rilevante per progettare insieme alle PMI le strategie per il futuro. Non esitate a contattarci per ulteriori approfondimenti.

L’EBA e la stretta sui past-due

Negli ultimi giorni è andata concretizzandosi l’ultima delle innumerevoli minacce che hanno colpito le PMI durante questi anni ovvero il nuovo groupage di regole proposte dall’EBA (European Banking Authority) relative alla stretta sulle soglie di materialità che permettono una gestione più o meno elastica sugli sconfinamenti continuativi oltre i 90 giorni di privati e imprese, ovvero sui cosiddetti past-due. Ma entriamo nel dettaglio.

Nemmeno la possibilità di avere il tempo per finire di festeggiare il risultato raggiunto dall’ABI (Associazione Bancaria Italiana) relativamente all’estensione dello SME Supporting Factor (per approfondimento clicca qui) avvenuta a Novembre 2016, che già si prospetta una dura fase di preparazione per le nostre imprese in vista dell’entrata in vigore delle nuove regole proposte dall’EBA alla Commissione Europea in materia di past-due.

Il past-due è uno status molto delicato e rappresenta una porta spalancata al credito deteriorato e a tutte le negative implicazione che ciò comporta. In Italia il past-due rappresenta solo una piccola parte del totale del nostro credito deteriorato, ma questo perché è attualmente previsto che le posizioni sconfinate oltre i 90gg rientrino nel credito deteriorato conclamato (past-due conclamato) solo qualora lo sconfinamento superi anche una determinata percentuale dell’esposizione complessiva del debitore (soglia di materialità), che può attualmente variare tra il 2% ed il 5% e che in Italia è stata fissata al 5%.

Il nuovo regolamento proposto, che dovrebbe entrare in vigore a partire da Gennaio 2020, prevede un drastico abbassamento di tale soglia all’1%, eventualmente elevabile dall’Autorità competente fino al 2,5%. Tale decisione porterebbe inevitabilmente a forti ripercussioni sia per le imprese, dal momento che gran parte del credito oggi in bonis si trasformerebbe in credito deteriorato conclamato con conseguenti difficoltà di futuro accesso al credito, sia a un sistema bancario come quello italiano, già pesantemente toccato da Basilea 3, che si troverebbe ad affrontare ulteriori difficoltà operative.

Infine c’è l’importante tema dei debiti della Pubblica Amministrazione, per cui l’EBA non ha previsto esplicitamente un trattamento differenziato, contrariamente a quanto prevede l’attuale disciplina.

Studio Eidos è a disposizione delle aziende per approfondire queste importanti tematiche e può progettare insieme alle PMI le strategie migliori per il futuro contattateci.

L’Equity crowdfunding esteso a tutte le Pmi

La Commissione bilancio della Camera ha concluso l’esame del disegno di legge di Bilancio 2017, che è ora all’attenzione dell’Assemblea. Tanti gli emendamenti approvati nel rush finale ed in rilievo su tutti i correttivi approvati è sicuramente quello contenuto nel comma 70 del testo della manovra approvata, che estende a tutte le PMI la possibilità di ricorrere all’equity crowdfunding.

Come già scritto trattato l’equity crowdfunding è uno strumento di raccolta di capitali attraverso portali on-line, ha fatto l’ingresso in Italia nel 2012. In precedenza applicabile alle sole Start-up innovative, nel 2015 lo strumento è stato esteso alle PMI innovative, società e fondi investimento. Ancora oggi però, le operazioni di crowdfunding faticano a decollare: sono poche decine quelle che, pubblicate sui portali autorizzati, hanno raggiunto gli obiettivi di raccolta prefissati.

Con la nuova legge di Bilancio, approvata alla Camera il 28 Novembre 2016, c’è un nuovo, inatteso anche dagli addetti ai lavori, salto di qualità ovvero la raccolta a mezzo portale viene estesa a tutte le PMI, anche quelle non innovative. Da rapporto Cerved 2015 le imprese che risulteranno idonee per effetto della normativa saranno oltre 137.000 (a differenza delle 316 attuali)
L’estensione assume una portata e un peso economico dirompenti. Infatti, oltre alla possibilità di reperire capitale senza gravare su i debiti, l’ammissione delle PMI comporterà necessariamente l’applicazione delle relative agevolazioni strutturali, quali:

  • deroga al divieto di offerta al pubblico di quote di cui all’art.2468 CC
  • possibilità di creare diverse categorie di quote che legittimamente limitino il diritto di voto in assemblea o lo escludano interamente

La novità dovrà passare ora il vaglio del Senato ed è assai probabile che non sia sottoposta a revisioni, anche in considerazione dello scarso appeal politico del tema.
Studio Eidos è a disposizione delle aziende per approfondire queste importanti tematiche e può progettare insieme alle PMI gli investimenti per il futuro, contattateci.

SME Supporting Factor: una spinta per i prestiti alle PMI

Come riportato dal Sole 24 Ore la riforma varata mercoledì 23 Novembre dalla Commissione UE (nella foto Valdis Dombrovskis), consolida ed estende il cosiddetto “fattore di sostegno alle PMI” (SME Supporting Factor). Tale misura, chiesta a gran voce dalle banche italiane già tre anni fa, si conferma quale ulteriore passo in avanti a favore di una struttura imprenditoriale, italiana ed europea, costellata di piccole e medie imprese.

Lo SME Supporting Factor, introdotto nell’ambito della disciplina europea sui requisiti patrimoniali delle banche (cosiddetto “Pacchetto CRD 4” che ha recepito l’Accordo di Basilea 3), si concretizza in un fattore di ponderazione (23,81% cosi come previsto dall’art.501 del CRR) che permette di ridurre l’accantonamento di capitale di vigilanza effettuato dalle banche a fronte di fidi fino a 1,5 milioni di euro erogati alle Pmi.

La novità è che la riduzione di capitale viene sia confermata, che estesa oltre questa soglia, anche se in percentuale ridotta. In pratica per i fidi di importo superiore la banche godranno dello sconto del 23,81% fino a 1,5 milioni di euro e del 15% per la parte eccedente, senza limiti d’importo.

Gli effetti di questa misura li avremo in prima battuta sulle banche, che vedranno i loro bilanci alleggeriti di ingenti somme di capitale regolamentare ed a cascata sulle imprese con una crescita esponenziale (da 10 a 20 volte come riportato da Federcasse) della loro capacità di reperire finanziamenti.

“Le PMI sono uno dei pilastri dell’economia dell’Unione Europea – spiega la Commissione – in quanto svolgono un ruolo fondamentale nel generare crescita e creare posti di lavoro.” di conseguenza lo SME Supporting Factor rappresenta per quest’ultime un supporto essenziale nell’accesso al credito.

Studio Eidos ritiene necessario per le aziende essere aggiornate sui cambiamenti che interessano il loro operato. Per qualsiasi informazioni non esitate a contattarci.

L’economia non è una scienza esatta, ecco cosa sta cambiando

L’economia non è una scienza esatta, ma una scienza sociale e come tale si evolve. Il Sole 24 Ore del 6 ottobre riporta un interessantissimo articolo mettendo in discussione alcuni principi basilari di Macroeconomia. Vediamo di cosa si tratta:

Teoria Monetarista

Se una Banca Centrale aumenta l’offerta di moneta in circolazione il tasso di inflazione tenderà ad incrementare. Nella realtà in questi ultimi anni, nonostante la politica monetaria altamente espansiva da parte delle Banche Centrali e l’immissione di migliaia di miliardi di euro di liquidità nel sistema, l’inflazione rimane in tutti i paesi sviluppati su livelli prossimi allo zero.

Perché?

La teoria non tiene in considerazione l’elemento qualitativo della domanda: l’aumento dell’offerta di moneta ha un effetto positivo nella ripresa economica e quindi nell’inflazione solamente se finisce nelle tasche del ceto medio-basso.

Curva di Phillips

Esiste una relazione inversa tra disoccupazione e inflazione. Quando aumenta la disoccupazione diminuisce l’inflazione e viceversa. Negli ultimi anni anche questa relazione mostra delle criticità: ad esempio nonostante la disoccupazione statunitense sia scesa dal 10% al 5%, l’inflazione resta su livelli decisamente bassi.

Perché?

Secondo il modello della Curva di Phillips i datori di lavoro pagano di più i lavoratori quando la forza lavoro comincia a scarseggiare. L’aumento dei salari porta ad un incremento dell’inflazione. Nella realtà economica globale i datori di lavoro hanno la possibilità di importare talento dall’estero senza dover alzare gli stipendi. La forza lavoro diventa così più ampia e diminuisce la pressione inflattiva.

Altro effetto che è presente in un’economia globalizzata e che va in contrasto con il modello della Curva di Phillips è la deflazione importata. I consumatori dei paesi sviluppati si sono trovati nei recenti anni ad acquistare beni a costi ridotti provenienti da paesi concorrenziali e pertanto i prezzi generali sono scesi ulteriormente generando bassa inflazione o deflazione.

L’economia si evolve rapidamente e a volte alcune dinamiche vanno in contrasto con le teorie di importanti economisti. Le aziende non devono farsi trovare impreparate e devono adattarsi ai continui cambiamenti dotandosi di sistemi di pianificazione e di controllo periodico successivo al fine di poter essere pronti a qualsiasi modifica di strategia.

Studio Eidos può accompagnare le aziende in questa “nuova normalità”, per scoprire come contattateci.