Breaking Bad Bank: il rilancio del credito passa anche da un intervento pubblico

Care aziende, nonostante l’abbondante liquidità e i bassissimi spread presenti attualmente sul mercato, volenti o nolenti l’accesso al credito dipende principalmente da un semplice numero proveniente da un algoritmo: il rating! Questo non deve essere un problema ma, con l’esperienza ultradecennale di Studio Eidos, può diventare un’opportunità. Cerchiamo di capire meglio il contesto in cui ci troviamo.

Qual’è lo stato ad oggi delle imprese e delle banche?

Negli ultimi mesi, come evidenziato dal “Rapporto sulla stabilità finanziaria 1/2015” di Banca d’Italia, si è assistito ad un graduale riequilibrio della struttura finanziaria delle imprese e al miglioramento delle condizioni di liquidità e di accesso ai finanziamenti esterni. Analizzando la situazione con maggiore attenzione è però evidente che le condizioni finanziarie delle imprese sono in realtà molto eterogenee tra di loro; una fascia rilevante di aziende di piccola e media dimensione continua ad operare con scorte di liquidità molto ridotte a cause delle proprie difficoltà di accesso al credito. Elementi come la solidità patrimoniale, la dimensione e i mercati di sbocco influenzano le scelte di finanziamento da parte delle banche e conseguentemente il numero di piccole aziende che hanno chiesto e non ottenuto credito resta decisamente più elevato rispetto ad aziende di maggiori dimensioni.

Recentemente il governatore di Bankitalia Visco è intervenuto in merito alla situazione del nostro sistema bancario. Come riportato nei più importanti quotidiani nazionali, Visco ha spiegato come “i bilanci bancari continuano a risentire della protratta debolezza dell’attività economica, che pesa sulla qualità del credito e sulla profittabilità degli intermediari”. Come ben noto, dal 2008 al 2014, per effetto della grave recessione, abbiamo assistito ad un forte peggioramento della qualità del credito. Alla fine del 2014, secondo i dati di Banca d’Italia, la consistenza di prestiti deteriorati per il totale delle banche è stata pari al 17,7% dei prestiti. Per limitare i danni, all’aumentare dei crediti in sofferenza, le banche hanno concesso nuovi impieghi solo ai clienti considerati meno rischiosi andando così a rendere più marcata la sopracitata eterogeneità di trattamento rivolto alle imprese.

Possibili soluzioni di rottura

Visco ha aggiunto nel suo intervento che per far fronte al tema dei crediti deteriorati è importante rispondere con un intervento pubblico tramite la creazione di una Bad Bank, cioè una società in cui far confluire i prestiti che possono andare incontro a una possibile perdita di valore. L’istituzione di una società specializzata per l’acquisto dei crediti deteriorati e la conseguente riduzione del peso delle partite anomale dei bilanci delle banche avrebbero numerosi effetti positivi:

  1. Minori costi di gestione e maggiore trasparenze dei bilanci che consentirebbero alle banche una più forte capacità di attrarre capitali a l’accesso ai mercati della raccolta all’ingrossi;
  2. Eliminazione dei vincoli all’offerta dei prestiti contribuendo al riavvio del mercato dei credito e alla ripresa degli investimenti;
  3. Maggiore concorrenza sul mercato bancario e guadagni di efficienza;
  4. Sviluppo del mercato dei crediti deteriorati per effetto della maggiore trasparenza di prezzo che verrebbe posta in essere.

Abbiamo affermato più volte che il quantitative easing della BCE da solo non basta per stimolare il credito alle PMI. Ben venga quindi una Bad Bank con il compito di liquidare i crediti deteriorati e liberare da questa incombenza gli istituti bancari che potrebbero così fare impieghi anche su imprese più rischiose.

Nel frattempo le aziende non devono mai dimenticare di fare i compiti a casa e soprattutto imparare a gestire il proprio rating in fase di bilancio e durante tutto l’anno!

Adesso è tempo di bilanci, è il migliore momento per aiutarvi a governare il vostro rating. Non esitate a contattarci!

Pmi, è il momento di farsi belle per le banche

La Banca Centrale Europea sta inondando di liquidità il sistema da ormai diverse settimane e gli effetti sui mercati finanziari si sono fatti velocemente sentire con un forte calo dei rendimenti dei titoli di stato che hanno raggiunto in alcuni casi valori negativi. Come ribadito più volte da Mario Draghi e riportato ne Il Sole 24 Ore del 23 aprile, la politica monetaria da sola non basta ma occorrono politiche economiche e fiscali coerenti per stimolare la crescita e per rilanciare l’economia.

UN’OCCASIONE PER RINNOVARE L’AZIENDA

Le aziende da parte loro devono approfittare di questo momento di tassi favorevoli non solo per vendere e produrre di più ma anche per rinnovare i propri modelli organizzativi. Capiamo perché.
Questo passaggio è necessario e fondamentale perché per effetto del quantitative easing le banche hanno adesso sufficienti risorse finanziarie e sarebbero pronte a fare impieghi sulle PMI italiane ma tutto ciò è frenato dalla stringente regolamentazione Basilea III. Purtroppo le nostre aziende sono sottocapitalizzate rispetto a quelle degli altri paesi dell’Unione Europea e ne risentono più di altri dell’adozione del rating aziendale.

GLI STRUMENTI A DISPOSIZIONE  DELLE PMI

Studio Eidos fin dalla propria costituzione ha cercato di facilitare il dialogo tra imprese e banche. L’impresa deve imparare a rapportarsi con la banca con le giuste metodologie, non tralasciando mai la trasparenza, la puntualità e la completezza delle informazioni. Negli ultimi anni abbiamo assistito troppo spesso alla difficoltà della banca di conoscere l’azienda e al problema di quest’ultima di presentarsi in maniera esaustiva ed adeguata al sistema creditizio. Con queste premesse potranno avere agevolmente accesso al credito solamente le aziende meritevoli che avranno i bilanci in ordine, una struttura finanziaria equilibrata e una perfetta conoscenza del sistema creditizio. Come riportato anche nell’interessante approfondimento “Come ti costruisco il rating” della rivista “L’impresa” n. 2/2015 la comunicazione con le banche permette di ridurre il rischio percepito dalle stesse nella concessione di finanziamenti e di migliorare il rating dell’azienda come conseguenza di una condivisa gestione finanziaria andamentale. Comprendere e gestire il proprio comparto finanziario è una strategia essenziale per un corretto controllo della gestione e per la conquista di una maggiore fiducia dell’azienda da parte dei suoi potenziali creditori.

Inoltre a nostro giudizio è importante che l’imprenditore rifletta sulla possibilità di rendere più appetibile la propria azienda e meno dipendente dal sistema bancario. Vi vogliamo di seguito segnalare alcune iniziative che potrebbero essere intraprese dalle PMI italiane alternative al classico aumento di capitale e al finanziamento bancario:

  1. Emissioni di minibond
  2. Equity, reward e donation-based crowdfunding
  3. Prestiti tra private e imprese (social lending)
  4. Invoice trading (anticipo fatture tra privati)

In futuro avremo sicuramente modo di approfondire queste tematiche che stanno rivoluzionando la finanza. Basti pensare che secondo uno studio dell’Università di Cambridge questi nuovi strumenti sono cresciuti del 144% raggiungendo i 3 miliardi di euro in Europa.

CFO service, il moderno Direttore Finanziario a portata di PMI

L’introduzione di Basilea III e la crisi finanziaria hanno fortemente penalizzato la concessione di credito alle PMI negli ultimi anni. Il recente stimolo monetario della Banca Centrale Europea tramite l’operazione di alleggerimento quantitativo sta incrementando significativamente lo stock di liquidità disponibile per impieghi anche se la contemporanea presenza di Basilea III rischia di ridurre gli effetti positivi dell’intervento creando un’asimmetria tra chi potrà godere di credito in abbondanza e chi non ne avrà accesso.

Per questo motivo siamo ancora una volta a ribadire l’importanza della figura del Direttore finanziario all’interno dell’organigramma aziendale di una PMI italiana. Siamo indietro da questo punto di vista, forse a causa della ridotta dimensione delle nostre aziende, ma come riportato in un articolo della rivista “L’Impresa” n. 4/2015 l’azienda deve puntare ad una pianificazione che non può riguardare solamente gli obiettivi di crescita del fatturato ma deve tenere conto delle variabili finanziarie quali incassi, pagamenti e scadenze.
Il CFO è a nostro avviso il collettore della vita aziendale poiché non esiste decisione sul business che non abbia impatto sul profilo finanziario dell’impresa. L’imprenditore non ha più la possibilità di risolvere i propri problemi finanziari all’ultimo minuto con una telefonata al direttore di filiale, come faceva poco tempo fa, ma deve dotarsi di una figura di elevata competenza che abbia autonomia decisionale e che anticipi i problemi ipotizzando più scenari futuri e allungando la vista aziendale.

Per andare incontro alle esigenze delle PMI che non possono permettersi un Direttore Finanziario a tempo pieno abbiamo nel corso del tempo strutturato un’offerta di CFO service (per informazioni scriveteci) dal taglio aziendale, operativo e orientato al problem solving. Come affermato nello stesso articolo della rivista “L’Impresa”, il contributo di CFO esterno consente spesso di mettere in competizione le banche, tagliando rapporti non funzionali e consolidando quelli più utili, cercando nuove fonti di approvvigionamento.

Derivati sui tassi d’interesse, ecco perché approfittarne

La politica di espansione monetaria della BCE tramite quantitative easing sta portando ad un abbassamento generale dei tassi d’interesse e quindi a migliori condizioni per le aziende che ricorrono al credito. Se prendiamo come riferimento il tasso IRS a 10 anni osserviamo che nell’ultimo periodo ha subito un’accelerazione al ribasso passando dallo 0,80% di gennaio 2015 allo 0,56% attuale (fonte: www.euribor.it); la stessa dinamica si è avuta su tutta la curva dei rendimenti.

Ma cosa sono gli IRS e come possono le aziende approfittarne?
I libri accademici, quali Hull e Caparrelli, ci dicono che l’Interest Rate Swap (IRS) è un contratto mediante il quale due controparti si obbligano a scambiarsi, in date stabilite e per un periodo di tempo prefissato, flussi di interesse calcolati applicando ad uno stesso capitale nozionale due diversi tassi di interesse. Normalmente una controparte riceve un tasso fisso, costante per tutta la durata del contratto e l’altra riceve un tasso variabile, solitamente parametrato all’Euribor, calcolato con cadenza normalmente semestrale o trimestrale.
I derivati sono spesso visti dall’opinione pubblica negativamente forse perché in passato sono stati promossi dalle banche al fine di ottenere grosse commissioni nascoste ma se utilizzati dall’azienda in maniera opportuna possono portare benefici all’attività. Non dobbiamo infatti dimenticare che la finalità principale dei derivati non è la speculazione ma la copertura dei rischi. Con la sottoscrizione di un IRS è possibile eliminare il rischio tasso d’interesse, trasformando in modo rapido ed efficace la tipologia dell’indebitamento aziendale da tasso variabile a tasso fisso o viceversa.
Riteniamo che un imprenditore in questo periodo storico caratterizzato da un livello di tassi d’interesse molto basso dovrebbe seriamente valutare un’operazione di copertura di rischi sui propri debiti finanziari.

Da “contabili” a strateghi: l’evoluzione dei CFO in tempo di crisi

Un tempo i Chief Financial Officer, si occupavano principalmente di monitorare la solidità finanziaria dell’azienda attraverso l’essenziale compito di sovrintendere alla rendicontazione e alla tenuta dei registri. Negli ultimi anni, grazie al ruolo chiave svolto in tempo di crisi, i CFO hanno assunto invece sempre maggiore influenza strategica, non solo per quanto attiene alla propria funzione ma, in supporto al CEO, in tutti i principali processi decisionali che impattano sulle prospettive di crescita dell’azienda.

Lo dimostra uno studio condotto da Accenture e Oracle su oltre 900 CFO di aziende operanti in numerosi settori a livello mondiale tra dicembre 2012 e gennaio 2013 e riportato sull’articolo da cui prendiamo spunti: “Il nuovo ruolo del CFO come stratega aziendale” di Donniel Schulman e David Axson (Accenture, 2014) pubblicato sul sito di Accenture.

Per sopravvivere alla crisi, le aziende hanno chiesto ai propri CFO un importante sforzo in termini di efficienza operativa e cost management a livello aziendale. In tale contesto, i CFO migliori hanno acquisito responsabilità sempre maggiori  in ambito IT e sfruttato al meglio i Big Data e gli analytics, ottenendo risultati eccellenti per le società in termini di  maggiore liquidità ed incremento dei profitti. Tale cambiamento ha portato anche a un miglioramento del ruolo strategico assunto dai CFO: secondo lo studio di Accenture, negli ultimi tre anni, il 71% dei CFO intervistati  ha incrementato la propria influenza strategica, il 65% ha dichiarato di avere un peso maggiore nell’impostazione delle strategie, e il 47% ritiene di aver un ruolo maggiore nelle attività di trasformazione aziendale.

L’evoluzione della figura del CFO ha favorito investimenti in IT, Big Data e analytics liberando risorse produttive e quindi contribuendo in misura consistente alla crescita aziendale. E’ importante pertanto riconoscere alla funzione finance le risorse necessarie in  ragione di tale ruolo strategico; un eccessivo ridimensionamento dell’amministrazione finanziaria finalizzato a ridurre i costi potrebbe ritorcersi contro l’azienda stessa andando ad intaccare la performance di una delle funzioni chiave per il successo aziendale (P. A. Boulanger et al, “Maestri della Finanza”, Accenture 2012).

Il CFO è l’unica figura in azienda deputata a svolgere un ruolo strategicamente centrale in quanto dotato delle seguenti caratteristiche:

  • conoscenza della strategia aziendale
  • possesso di competenze necessarie a tradurre la strategia aziendale in obiettivi quantificabili (Strategy Map e Balanced Scorecard)
  • possesso di una visione interfuzionale dell’azienda
  • capacità di fornire indicazioni sull’allocazione delle risorse finalizzate alla crescita aziendale.

Tali competenze, benché necessarie, non bastano. Per svolgere al meglio la propria funzione, il CFO necessita di dati ed informazioni utili a prendere decisioni, da qui l’importanza dei Big Data e degli analytics.

I CFO di oggi si trovano dunque di fronte ad una importante sfida: supportare i dirigenti aziendali nell’identificare modelli innovativi di produttività capaci di generare fatturato in un’economia complessa.

Care banche, adesso fate la vostra parte

Il 9 marzo la Banca Centrale Europea ha dato finalmente il via al quantitative easing con l’obiettivo di scongiurare la deflazione, riportare l’inflazione intorno al 2% e far ripartire i consumi e gli investimenti.
Ma la base monetaria che sarà messa in circolazione pari a 60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016 produrrà effetti positivi sull’economia reale? Questa iniziativa riuscirà ad agevolare il credito e a favorire la ripresa?

In generale l’opinione pubblica ha accolto positivamente l’operazione di Draghi ma lo scetticismo aleggia ancora nell’aria. Uno studio dell’Osservatorio di Fondazione Impresa, effettuato attraverso mille interviste su piccole e medie imprese, mostra che il sentiment è ancora molto pessimistico (65,8% delle imprese intervistate sono pessimiste). Solamente poco più di un impresa su dieci concorda sul fatto che le misure assunte dalla BCE faranno ripartire il credito. Del resto, come riporta anche Il Sole 24 Ore del 9 marzo 2015, dal 2010 gli impieghi vivi alle imprese in Italia con meno di 20 addetti sono diminuiti di 31 miliardi di euro, passando da 175 miliardi del 2010 a 144 miliardi di euro del 2014. Interessante sarebbe conoscere l’andamento degli impieghi per classe di rating nello stesso periodo. Le banche infatti, complice la regolamentazione di Basilea II-III che aumenta l’attenzione sulla qualità del portafoglio crediti, hanno continuato a concedere linee di credito soprattutto ad aziende con rating buono o ottimo ma hanno drasticamente alleggerito su quelle con rating non sufficiente. L’Osservatorio riporta anche qualche segnale positivo relativo all’incremento della quota di finanziamenti per investimenti sul totale che è arrivata al 26,7% dal 16,8% di un anno e mezzo fa.

Gli acquisti di titoli sul mercato sono iniziati e porteranno ad un incremento notevole di massa monetaria in breve tempo; occorre adesso che gli Istituti di Credito facciano la loro parte trasmettendo gli effetti sull’economia reale. L’Italia ha bisogno di maggiori consumi e soprattutto di nuovi progetti di investimento che possano dare un nuovo slancio alla crescita delle aziende. Per fare questo il sistema bancario non può tirarsi indietro e deve assumere il ruolo di partner strategico.

Adesso è tempo di crescere!

Dopo mesi di attesa il governatore della BCE Draghi ha finalmente tirato fuori le armi pesanti per contrastare il rischio di deflazione e sostenere la ripresa dell’area euro. Dal mese di marzo 2015 fino a settembre 2016 la Banca Centrale acquisterà 60 miliardi di euro al mese di titoli investment grade sul mercato con la possibilità di estendere la scadenza se l’inflazione non sarà tornata sul livello di riferimento del 2%.

Il programma prevede l’acquisto di titoli per un totale di 1.140 miliardi di euro. Unica nota in chiaroscuro dell’operazione è avere lasciato l’80% del rischio in capo alle banche centrali dei singoli Paesi (probabilmente per accontentare il Presidente Weidmann della Bundesbank come riportato in Milano Finanza del 24 gennaio 2015). Crediamo che occorrerà sicuramente un po’ di tempo per capire gli effetti sull’economia reale anche perché il piano di acquisti inizierà tra un mese ma le prime impressioni sembrano molto positive. Ne Il Sole 24 Ore di mercoledì 28 gennaio 2015 sono riportati i primi commenti di Bankitalia tramite il suo portavoce vice direttore generale Panetta il quale alza nettamente le stime di crescita dell’economia italiana per i prossimi due anni che erano previste prima del QE a +0,4% nel 2015 e + 1,2% nel 2016.

Che sia davvero la volta buona? La crescita per essere strutturale e duratura deve passare dai governi dei paesi dell’eurozona. Gli stimoli della BCE aiutano molto ma non possono essere gli unici strumenti. Oltre alla politica monetaria serve politica economica.

Quantitative Easing: l’attesa sembra terminata

Dopo un mese dalla nostra news “Draghi, adesso pensaci tu!” ecco gli sviluppi sul quantitative easing. Siamo infatti giunti ad un momento di svolta per il rilancio del credito e della crescita europea. Secondo molti organi di stampa, il 22 gennaio sarà lanciata l’operazione di alleggerimento quantitativo che consisterà nell’acquisto dei titoli di stato da parte della BCE portando ad un consequenziale aumento della base monetaria.

Il compito di Draghi è più complesso di quello affrontato dai colleghi delle altre banche centrali: il Governatore della BCE infatti dovrà fare i conti con le emissioni dei titoli di stato di tutti e 28 i paesi partecipanti alla UE. La definizione della modalità operativa sarà determinante per l’esito dell’intervento di stimolo all’economia.

Il quotidiano “La Repubblica”, nell’inserto “Affari e Finanza” del 12 gennaio, illustra le strade che potrebbe intraprendere la BCE. Di seguito i quattro tipi di quantitative easing come da indiscrezioni di alcuni giornali tedeschi e olandesi:

  1. Acquisto di titoli di stato effettuato in proporzione alla quota di partecipazione delle banche centrali alla BCE
  2. Acquisto di titoli di stato in relazione alla quantità di bond già emessi sul mercato
  3. Acquisto di titoli di stato in relazione al rating dell’emittente
  4. Acquisto di titoli di stato in riferimento al rispetto delle regole di bilancio della UE

Ognuna delle quattro modalità di intervento tende senza dubbio a favorire alcuni paesi e a discriminarne altri. Draghi dovrà pertanto essere capace di trovare il giusto equilibrio senza turbare i mercati finanziari.

Ma quali sono i principali effetti attesi dall’operazione?

  • Aumento della competitività dei prodotti europei come conseguenza dell’indebolimento dell’euro dovuto al calo dei rendimenti dei titoli di stato
  • Incremento dei prestiti alle imprese e ai privati da parte delle banche per effetto della non convenienza a detenere liquidità remunerata a tassi negativi (tassi sui depositi della BCE pari a -0,20%)

L’alleggerimento quantitativo da solo non basta per far ripartire l’economia e deve essere accompagnato da riforme strutturali da parte dei governi. Pensiamo però sia arrivato il momento di credere ad una ripresa del Vecchio Continente e rimboccarci le maniche per renderla possibile.

L’azienda è nelle mani del tesoriere

L’articolo di oggi ribadisce l’importanza della funzione interna di tesoreria soprattutto in un periodo nel quale i flussi di nuovo credito restano insufficienti. In un contesto come quello attuale, anche alla luce della nuova regolamentazione di Basilea III che porterà quasi inevitabilmente ad un ulteriore razionamento del credito, è fondamentale per le imprese assicurare una corretta gestione dei flussi di cassa per evitare affanni.

Allungare la vista e prevedere il fabbisogno
In tal proposito, vi suggeriamo la lettura del focus sulla gestione aziendale di “Affari e Finanza” del 15 dicembre 2014. La preventivazione di tesoreria e la pianificazione finanziaria diventano strumenti indispensabili per allungare la vista e prevedere le situazioni di fabbisogno nel breve termine. Il lavoro del tesoriere richiede capacità strategiche con l’obiettivo di generare flussi di cassa nel tempo. A sostegno dell’attività della funzione tesoreria accorrono in aiuto alcuni software avanzati che permettono di automatizzare operazioni ripetitive, monitorare ogni giorno i rapporti con gli istituti di credito, analizzare e ottimizzare i flussi finanziari su base previsionale con lo scopo di migliorare la redditività aziendale riducendo gli oneri finanziari.

Come sono messe le PMI italiane con la tesoreria aziendale?
Il credit crunch penalizza soprattutto le PMI caratterizzate da bassa dimensione del fatturato medio e da sottocapitalizzazione associate a tempi di pagamento lunghi ed eccessivo ricorso all’indebitamento bancario a breve. Perciò la funzione di tesoreria e pianificazione finanziaria dovrebbe assumere un ruolo di rilievo soprattutto nelle realtà aziendali medio-piccole in cui il monitoraggio diventa cruciale per evitare di fare il passo più lungo della gamba. Tuttavia, la realtà ci dice che proprio le aziende meno strutturate e meno solide finanziariamente dedicano tempo e risorse insufficienti alla gestione della tesoreria.
A nostro avviso, per superare le difficoltà finanziarie, le imprese italiane dovrebbero rivalutare l’importanza della figura del tesoriere d’azienda ed investire sull’innovazione dotandosi di strumenti informatici specifici.

Andrea Pallecchi e Laura Lapadula

foto credits: István Berta

Draghi, adesso pensaci tu!

In un periodo così turbolento per l’economia mondiale come quello attuale si fanno avanti teorie e modelli economici alternativi. Tra queste suggeriamo un’attenta lettura della Modern Money Theory promossa in Italia soprattutto dal giornalista Paolo Barnard tramite il suo libro “Il più grande crimine”.

Ma che cosa è la Teoria della Moneta Moderna?
Il termine è stato ideato da Bill Mitchell ma le radici sono di John Maynard Keynes, il fondatore della moderna macroeconomia. Nel ”Trattato sulla Moneta” Keynes ci dice in estrema sintesi che il denaro è “una creatura dello Stato”. Questo concetto è stato ripreso dagli economisti della MMT affermando che in un sistema a moneta fiduciaria tutto il denaro è creato esclusivamente dal governo, che lo stampa e lo mette in circolazione. Il governo pertanto non può mai essere costretto a fallire poiché la sua capacità di pagamento è illimitata come è illimitata la sua capacità di stampare moneta. Secondo questa teoria se uno Stato a moneta sovrana spende a deficit, acquistando cioè più di quanto incassa tramite le tasse, crea ricchezza alle imprese e ai privati. Gli Stati dell’Eurozona oggi non hanno moneta sovrana e quindi la possono solamente utilizzare ma non creare. La creazione di base monetaria è compito esclusivo della BCE.

La teoria proposta può non essere condivisa e criticata dagli economisti, soprattutto in riferimento alla possibilità degli Stati di generare deficit ed incrementare il debito pubblico per aumentare la ricchezza della comunità, ma riteniamo che la BCE abbia la possibilità di incidere positivamente sull’economia reale degli Stati dell’Eurozona utilizzando gli strumenti di politica monetaria. La FED ad esempio ha compiuto varie operazioni di Quantitative Easing in questi ultimi anni che hanno dato nuovo impulso all’economia USA e sostenuto le imprese come riportato nell’articolo di Neil Irwin sul New York Times di Ottobre 2014.
Purtroppo il Quantitative Easing europeo tanto atteso è stato rinviato al 2015, dopo che la BCE avrà esaminato l’impatto del forte calo dei prezzi del petrolio sull’inflazione e sull’economia. Il Governatore Mario Draghi ha davanti a sé una sfida piuttosto impegnativa in quanto deve perseguire l’obiettivo della BCE, cioè il mantenimento del livello generale dei prezzi, e deve convincere la Bundesbank ad avviare un processo di espansione della base monetaria per ridare fiato alla maggior parte delle aziende europee.

foto credits: wikimedia.org