E’ arrivata la fine del segreto bancario?

Il segreto bancario è veramente arrivato al suo epilogo? Di certo siamo di fronte ad un passaggio storico per il sistema bancario: in occasione del Global Forum dell’OCSE, 51 paesi hanno siglato un accordo multilaterale per lo scambio automatico di informazioni finanziarie contro l’evasione fiscale internazionale a partire dal 2017. E’ possibile visionare il comunicato stampa n. 246 del 29 ottobre 2014 integrale sul sito internet del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Cosa riguarderà lo scambio di informazioni?
I conti e i depositi bancari, gli interessi, i dividendi dei titoli finanziari e i codici di identificazione fiscale di persone fisiche, persone giuridiche, fondazioni o trust. Sono tenuti a fornire questi dati oltre alle banche anche i broker, le compagnie di assicurazione ed alcune società di investimento collettivo.

Il processo avviato sembra ormai essere inarrestabile
Oltre ai paesi già firmatari dell’accordo tra cui segnaliamo alcuni paradisi fiscali quali le Cayman e Bermuda, si aggiungeranno nei prossimi mesi altri 41 paesi. Nell’arco di poco tempo i nuovi standard in tema di segreto bancario porteranno ad un consequenziale incremento della probabilità di essere individuati per chi ha capitali nascosti all’estero rafforzando quindi l’impatto di autodenuncia inserita nella procedura di voluntary disclosure del Governo italiano.

foto credits: Matilde Martínez

Accesso al credito, imprese ancora in affanno

I dati di Bankitalia di settembre 2014 pubblicati su Il Sole 24 Ore del 10 novembre 2014 confermano lo stato di difficoltà delle banche nella concessione di nuovi finanziamenti. Solo per darvi alcuni numeri:

  • i prestiti al settore privato sono diminuiti del 2,3%
  • i prestiti alle famiglie registrano una diminuzione dello 0,6%
  • i prestiti alle imprese sono scesi del 3,3%
  • le sofferenze bancarie sono aumentate del 19,7% rispetto a settembre 2013

Anche i dati sulla Regione Toscana, pubblicati sul sito di Bankitalia, sono in linea con quelli italiani ed evidenziano difficoltà nella concessione di credito da parte del sistema bancario. Le misure adottate a più riprese dalla Banca Centrale Europea per immettere ingente liquidità nel sistema hanno sicuramente sostenuto la liquidità dei mercati ed evitato un crollo del credito ma non stanno ancora producendo gli effetti auspicati sull’economia reale. Le banche italiane evidenziano ancora grosse criticità nella qualità del credito con elevate percentuali di crediti problematici sul totale attivo che comportano inevitabilmente maggiori accantonamenti richiesti dalla regolamentazione Basilea e di conseguenza tassi d’interesse più elevati applicati alle imprese.

Quali sono le conseguenze di questo preoccupante trend?
A risentire della stretta creditizia sono principalmente le PMI del nostro Paese che costituiscono il principale motore dell’economia italiana e la cui dipendenza dalle banche, in assenza di canali di finanziamento alternativi al credito, rimane elevata. E’ indispensabile introdurre rapidamente dei sistemi di supporto concreto alle attività delle nostre imprese dal momento che è proprio dal tessuto imprenditoriale che deve ripartire la crescita del nostro Paese.

Per ulteriori approfondimenti e curiosità non esitate a contattarci!

foto credits: Tax Credits

Banche, è solo questione di rating

Per inaugurare l’appuntamento con l’informazione di Studio Eidos, vi suggeriamo di leggere gli articoli de Il Sole 24 Ore del 27 ottobre 2014 all’interno dello “Speciale grande esame BCE” relativi agli stress test effettuati dalla Banca Centrale Europea. In particolare colpisce il paradosso delle banche tedesche che hanno all’interno dei propri bilanci più derivati che crediti, ma vengono promosse.

Colpisce ancora di più il caso di Deutsche Bank che con solo 47 miliardi di euro di capitale e 1.580 miliardi di attivo appare una tra le banche più solide dell’eurozona superando senza problemi gli stress test.

Ma come è possibile tutto ciò? La risposta è da ricercare nei criteri di Basilea III che determinano il requisito di capitale delle banche e in particolare nei cosiddetti RWA (attività di bilancio ponderate per il rischio). Oltre 1.200 miliardi di euro di attività di bilancio della banca tedesca, poiché ritenuti attivi non rischiosi con rating tripla A, non sono considerati nel calcolo del capitale che occorre per superare gli stress test. Le banche italiane al contrario devono accantonare molto più capitale delle concorrenti europee a causa dei rating non eccellenti dei clienti affidati come ad esempio Intesa San Paolo che deve accantonare capitale su oltre metà dell’attivo.

Riteniamo pertanto scontato che le banche italiane saranno nei prossimi mesi più selettive nella concessione di affidamenti e noi tutti dovremo scontrarci con il rating aziendale e cercare di governarlo in maniera appropriata.

foto credits: unsplash.com