Il Private Equity nel risanamento d’impresa

Nel numero di Gennaio di ANDAF è stato pubblicato un articolo scritto dal nostro Lorenzo Pesci con la collaborazione del prof. Riccardo Passeri dal titolo “Private Equity, turnaround e moral hazard nel governo delle imprese”. La tesi sostenuta dai due autori è che il sistema di capitale dell’economia italiana e la normativa fallimentare, attualmente in fase di revisione dopo la recente approvazione della Legge Delega n. 155 del 19/10/2017, non favoriscono l’acquisizione e il rilancio delle imprese in crisi da parte degli operatori di Private Equity.

Per quanto riguarda il sistema di capitale, infatti, la ricerca compiuta ha mostrato come la struttura patrimoniale delle imprese italiane risulti essere molto fragile, con un’elevata incidenza dei debiti bancari sulle fonti di finanziamento. A livello europeo, solamente le imprese greche presentano una struttura patrimoniale ancor più appesantita dai debiti bancari. Secondo gli autori, la storicizzazione di un eccesso di credito bancario ha spostato il fulcro del rischio di impresa dall’imprenditore al ceto bancario, creando così una situazione di moral hazard. Di conseguenza, l’imprenditore non sarà più incentivato ad anticipare l’emersione della crisi intervenendo prontamente ai primi segnali di squilibrio, fase questa in cui il risanamento risulterebbe molto più agevole, poiché egli rischia prevalentemente capitale di terzi piuttosto che proprio. È chiaro quindi come la riluttanza dell’imprenditore nel voler anticipare l’emersione della crisi porti nella maggior parte dei casi al deterioramento anche degli asset strategici dell’impresa, i quali rappresentano i fattori cardine su cui un operatore di Private Equity basa solitamente le proprie strategie di rilancio del complesso aziendale. In tal senso, tra le linee guida tracciate dalla Legge Delega in questione rientra quella di istituire degli assetti organizzativi idonei alla tempestiva rilevazione dei sintomi di crisi, così da poter adottare per tempo le opportune misure. Per quanto riguarda la normativa fallimentare, invece, la ricerca ha fatto emergere la totale incompatibilità dei tempi dovuti per l’espletamento di una procedura concordataria rispetto a quelli che sarebbero i tempi necessari per il risanamento di impresa. Considerando infatti che, dal momento in cui viene presentata la domanda di concordato in bianco al momento in cui il Tribunale omologa il piano, passano in media circa 12 mesi.

Da ciò, consegue che questo periodo di sostanziale inattività dell’impresa va contro alla tempestività richiesta dal risanamento d’impresa, minando quindi alle probabilità di riuscita dell’operazione. Alla luce della Legge Delega n. 155 del 19/10/2017, rimaniamo in attesa di capire se i decreti attuativi del Governo riusciranno effettivamente a rendere le procedure concorsuali più snelle e più incentrate sul rilancio strategico del complesso aziendale piuttosto che sulla mera riorganizzazione del debito; fermo restando che tali procedure risulteranno comunque poco efficienti laddove le imprese vi accedano in una fase di crisi avanzata.

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