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Quei titoli opachi nei bilanci delle banche che poco importano alla BCE

Banca d’Italia ha recentemente pubblicato uno studio relativo all’attività di vigilanza della BCE. La francese Danièle Nouy e la tedesca Sabine Lautenschläger, rispettivamente presidente e vicepresidente del Consiglio di vigilanza, si sono infatti concentrate sulla gestione degli NPL, molto presenti nei bilanci delle banche italiane e del resto del Sud Europa, ma non si sono invece occupate del valore teorico di 6.800 miliardi di euro di titoli “complessi, opachi e altamente illiquidi” distribuiti per il 74% tra le banche francesi e tedesche.

Secondo lo studio sopracitato, queste attività presenterebbero un profilo di rischio analogo a quello degli NPL ed, inoltre, le performance delle banche con elevati quantitativi di NPL sarebbero simili a quelle delle banche con alti livelli di attività illiquide. Nonostante ciò, l’autorità di vigilanza si è preoccupata prevalentemente della gestione dei crediti deteriorati piuttosto che di questi titoli “opachi”. Scelta questa che, a parere di Studio Eidos, risulta essere discutibile. Se infatti è vero che la questione degli NPL impatta negativamente sull’offerta di credito delle banche, è anche vero che questi crediti erano stati erogati a supporto dell’economia reale. Il loro successivo deterioramento è riconducibile, in parte, a degli errori di valutazione ex-ante del merito creditizio delle imprese che hanno avuto accesso al credito, ma soprattutto, alla congiuntura economica sfavorevole che ha caratterizzato l’ultimo decennio. Al contrario, gli strumenti derivati oggetto dello studio di Banca d’Italia sono invece frutto anche di attività speculativa delle singole banche, talvolta in mercati OTC (Over The Counter): l’assenza di quotazioni ufficiali rende infatti la valutazione dei relativi strumenti finanziari molto soggettiva, dando appunto opacità al valore iscritto in bilancio.

Ci chiediamo quindi il motivo per cui, a fronte di un profilo di rischio analogo, il Consiglio di vigilanza della BCE abbia adottato un atteggiamento così rigido nella gestione dei crediti deteriorati, considerando che un approccio più graduale avrebbe evitato il fallimento di molte imprese, e invece così poco rigoroso sul tema delle attività illiquide. È chiaro che, data la mole di queste attività, un approccio altrettanto rigido avrebbe causato il default di molti istituti bancari. Ma è possibile che si permetta una tale opacità nei bilanci di quegli istituti che si occupano maggiormente di trading e che, invece, si ritenga più opportuno mettere in difficoltà le banche che hanno fatto operazioni per sostenere l’economia reale, imponendo loro la svalutazione dei crediti deteriorati in un arco temporale di breve termine? Forse è solo un caso che la maggior parte di questi “titoli opachi” sia posseduto da banche tedesche e francesi?

PD e LGD: occhio a quei due!

“Rivedere i modelli interni fa parte della normale attività di supervisione del Ssm, che da novembre 2014 ha già controllato i modelli di numerosi istituti”.

Con queste parole riportate il 15 Giugno 2015 nell’inserto Affari e Finanza di La Repubblica, la BCE anticipa che nei prossimi mesi si intensificheranno i controlli da parte degli ispettori sui modelli interni per il calcolo del rating.

I possibili effetti di una revisione dei modelli interni di rating

La fase è delicata per le cinque banche italiane vigilate che hanno adottato i modelli interni su autorizzazione della Banca d’Italia e la preoccupazione maggiore è che la revisione possa consumare il capitale proprio e frenare le operazioni di fusione in alcuni casi auspicate. Il pericolo maggiore sembra arrivare a nostro avviso, dall’aggiornamento delle serie storiche di due parametri dei modelli:

  • La probabilità di default (PD), la probabilità che una controparte si renda inadempiente all’obbligazione di restituire il capitale prestato e gli interessi su di esso maturati;
  • La perdita in caso di default (LGD), la perdita in caso di insolvenza, ovvero la perdita subita su una determinata esposizione in caso di default della controparte, in seguito alla possibilità di recuperare parte o l’intero ammontare dell’esposizione.

L’unica delle cinque banche italiane che ha le serie storiche di PD e LGD aggiornate al 2014 è MPS; Banco Popolare e Unicredit hanno i dati aggiornati rispettivamente al 2011 e 2013. Intesa Sanpaolo e Ubi non hanno fornito il dato. Dal momento che gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un elevato numero di fallimenti, perdite su crediti e sofferenze in tutto il sistema, è logico attendersi che ricalibrare le serie farà salire l’ammontare delle attività ponderate per il rischio e diminuire il patrimonio di vigilanza (CET1). Con queste premesse, l’aggiornamento delle serie al 2014 non potrà certo quindi aiutare il patrimonio delle cinque italiane e sarà lecito attendersi nuove ricapitalizzazioni degli Istituti di Credito e il mantenimento degli spread sui finanziamenti alle imprese su livelli elevati.

Nostra analisi settoriale

A giocare un ruolo fondamentale nella definizione del rating e della probabilità di default, oltre all’andamento della singola azienda, sarà il settore di appartenenza. Basandoci sui dati settoriali e regionali che Unioncamere pubblica regolarmente, abbiamo effettuato un’attenta analisi sull’andamento dei principali settori rappresentativi dell’economia Toscana, alcuni dei quali seguiti in maniera continuativa da Studio Eidos: confezioni di articoli di abbagliamento, fabbricazione di articoli in pelle e simili, costruzioni di edifici, fabbricazione di prodotti chimici, attività dei servizi delle agenzie di viaggio, commercio all’ingrosso e al dettaglio e riparazione di automobili, metallurgia, fabbricazione di mobili, fabbricazione di prodotti farmaceutici ed infine estrazione di minerali da cave e miniere.

I primi due settori, a differenza degli altri, presentano un’incidenza di fallimenti sul totale delle aziende piuttosto stabile nel periodo di riferimento. Per le confezioni di articoli di abbigliamento, questa è compresa tra il 5,4% del 2010 e il 5,3% del 2014, mentre nel caso della fabbricazione di articoli in pelle e simili si hanno valori pari a 6,4% nel 2010 e 6,3% nel 2014.

Gli altri settori invece hanno maggiormente risentito della difficile congiuntura economica degli ultimi anni. Dalla nostra rielaborazione emerge che per queste attività, dal 2010 al 2014, vi è stato un incremento dei casi di fallimento. Le costruzioni sono state caratterizzate da un aumento dell’incidenza dei fallimenti di quasi un punto percentuale passando da 3,4% a 4,3%; ad aumentare sono stati anche i casi di liquidazione la cui incidenza si attesta su 8,2% nel 2014 contro il 7,3% del 2010. Per i servizi delle agenzie di viaggio, i fallimenti sono passati dal 2,4% del 2010 al 2,7% del 2014 e le liquidazioni dal 5,6% al 6,1%. Nel settore metallurgico i casi di fallimento sono stati pari all’8,6% rispetto al 7,8% del 2010; tra le aziende che si occupano della fabbricazione di mobili si è passati dal 5,4% nel 2010 al 6,6% nel 2014. Come accennato, la situazione è la stessa anche nei settori della fabbricazione di prodotti farmaceutici e dell’estrazione di minerali da cave e miniere. Nel primo caso l’incidenza dei fallimenti passa dal 5,5% del 2010 al 7, 7% del 2014; nel secondo caso è pari al 6,9% nel 2014 contro il 5,7% del 2010.

Conclusioni

Riteniamo che un eventuale aggiornamento delle serie storiche al 2014 porterà inevitabilmente ad un peggioramento dei rating delle aziende che fanno parte di determinati settori caratterizzati da un incremento del numero di fallimenti, perdite su crediti e sofferenze. Per le aziende diventa così sempre più importante tenere conto di quello che è l’andamento del proprio settore di appartenenza, Studio Eidos può accompagnarvi in questo complesso passaggio e anticipare le mosse del sistema bancario.

Per ulteriori informazioni in merito all’analisi settoriale effettuata non esitate a contattarci.